sabato 4 luglio 2015

LA PRINCIPESSA JANA E I NANI DI VALMARANA


 
Giovanni Antonio Fasolo - ritratto della famiglia Valmarana
Pinacoteca Palazzo Chiericati - Vicenza


Questa volta vi racconto


una delle più note ed antiche leggende vicentine

Quella della principessa Jana e dei nani di Villa Valmarana


Si narra di un nobiluomo vicentino che aveva una figlia, Jana, dal bellissimo volto ma dal corpo piccolino, era nata nana. Il padre che amava molto la figlia, le fece costruire una grande villa ai piedi di Monte Berico, lontano da occhi indiscreti e la circondò di uno stuolo di servi della sua stessa statura pronti a soddisfare ogni suo desiderio. In questo modo, pensava il padre, non poteva rendersi conto della sua diversità né avere contatti con persone provenienti dal mondo esterno la villa che avrebbero potuto procurarle inutili sofferenze e frustrazioni.

Alla fanciulla era stato infatti proibito di affacciarsi alle finestre della villa che davano sulla strada mentre poteva girare tranquillamente per il parco, Jana non poteva nemmeno uscire da quella gabbia dorata, viveva felicemente inconsapevole di come fosse effettivamente la realtà fuori fuori da quelle mura. Jana ormai si era fatta una giovane donna ma non aveva fino ad allora conosciuto né le gioie né i dolori dell'amore. Crescendo la ragazza si era fatta sempre più curiosa e decise che era arrivato il momento di sperimentare di persona il mondo "fuori le mura" aggirando così i divieti del genitore.

Un giorno si affacciò proprio ad una delle finestre che davano sulla strada sottostante proprio nel momento in cui stava transitando a cavallo  un giovane principe che vedendo il suo bel volto se ne invaghì. Jana per timidezza quel giorno non uscì sul terrazzo e rimase affacciata alla finestra a ricambiare il cortese saluto del principe poi i due si accomiatarono, il giorno successivo più o meno alla stessa ora Jana si affacciò di nuovo a quella finestra nella speranza di rivedere quel bel principe a cavallo, si sentiva battere forte il cuore in petto, poi pensò: "E se non viene?" ma tale dubbio fu fugato dopo poco tempo, lungo la strada le parve di sentire da lontano il rumore della cadenza tranquilla degli zoccoli di un cavallo, era il suo principe! ne era sicura. 

Con il cuore in gola si sporse più che poté dalla finestra ed alla fine lo vide arrivare. Per l'occasione Jana aveva indossato il suo vestito più bello e visto che era primavera aveva messo tra i capelli dei piccoli fiori azzurri a mo' di coroncina, questa volta il principe si sarebbe fermato a parlare con lei e lei sarebbe uscita in terrazzo, voleva mostrarsi a lui e fargli vedere quanto era bella. Quando finalmente il principe arrivò i due ragazzi si misero a conversare e dopo un po' Jana prese coraggio ed uscì in terrazzo. Ma quando lei uscì e si mostrò per com'era vide sul volto del principe un'espressione di orrore e fuggì lasciando che Jana continuasse a chiamarlo a voce alta. A quei richiami della ragazza i nani della servitù, erano diciassette, corsero tutti in cima al muro di cinta per vedere cosa stava succedendo. 

La ragazza disperata dalla reazione del principe realizzò per la prima volta nella sua vita ciò che era, e ciò che era, ne era convinta Jana, faceva inorridire il suo bel principe. Tra le lacrime per quella pena d'amore e per il suo aspetto che ora percepiva come "diverso" Jana andò incontro al suo destino infelice: proprio da quel terrazzo si tolse la vita gettandosi nel vuoto.

Si narra che i suoi fedeli servitori, saliti sul muro di cinta rimasero impietriti dal dolore nell'assistere alla triste sorte della loro padroncina e ancora oggi li si può vedere in questa triste posa.

 Riporto anche una versione della leggenda di Jana in dialetto veneto:

"Cò te passi el Cristo,'pena zo da Monte, te pol ciapare par na stradela indove te par che anca i griji tasa, incantà dai cocòli che se fa i morosi inte la chiete dei cantoni pi riomàntici e sconti. A te te caterè presto passejar drio na mura che costeja la magnifica Vila Valmarana e là, da l'alto, fa la guardia on s'ciaspo de nani in piera: chi co la facia bièrba e sgaja, chi perso drio i sò pensieri, chi vestìo a la manco pezo e chi che fa 'l galeto co 'l so costume de corte e paruca insiprià. Vòle la tradission che ste creature, ani enòri, fusse custodi de la "Jana", pricipessa che, par so scarogna, jera "nana".

I sui, par no farghe pesare la sò diversità, la gavea da sùito tegnù sarà co 'l scroco 'te la Vila, metèndoghe al servissio na corte intiera de nani, da i servidori a le dame de compagnia, da i cavalieri ai òmani qualunque che inte on regno qualsiasi se pol catare. Adiritura, la legenda conta che parfina i animai che la gavea torno fusse "nani", e le piante, e i fioriche spaniva torno a chel lògo... Ma anca se na natura maregna gavea vossudo saràrghe a sta pora tosa la speransa de poder on dì conossàre l'amore, la Jana la gavea tuti i sogni che da senpre tàmbura 'tel core de le zovanette, cò le riva a l'età da marìo.

E na matina la principessa, fin che la varda fòra dal balcon, la vede al de là de la masièra on cavaliere belo 'fa 'l sole, inmagà davanti a l'armonia de la natura de la "Valletta del silenzio". La Jana se inamora de paca ma, 'tel stesso momento, la capisse anca la so "diversità" xe 'n inpedimento massa grando e che no la podarà mai sperare che 'l so amore par el bel cavaliere spanissa e vegna liberamente ricanbià.... Par la disperassio, la se trà zo dal balcon e tuti i nani de la Vila, par el dolore de la so morte, resta pietrificà".

autrice: Ines Scarparolo







Diciassette statue di nani si affacciano sul muro di cinta e danno il nome alla Villa. Attorno a queste figure enigmatiche è nata la leggenda di Jana


La Villa, è diventata di proprietà nel 1720 della nobile famiglia vicentina dei Valmarana, che tutt'ora vi abita, è aperta al pubblico, così come la attigua villa più conosciuta: Villa Capra detta "La Rotonda" del Palladio ed anch'essa di proprietà dei Valmarana. Le due Ville distano poche centinaia di metri l'una dall'altra.




Classico esempio di "Villa di campagna", Villa Valmarana fu inizialmente costruita per conto del giuriconsulto Gian Maria Bertolo nel 1669. 

Nel XVIII secolo, l'ultimo della Repubblica di Venezia, la vita dei nobili era tutta assorbita da divertimenti e ostentazione: le ville lungo la Riviera del Brenta ospitavano spesso feste sfarzose che duravano anche più di un giorno. Con la necessità di alloggiare gli invitati le barchesse - ovvero i granai sotto le cui arcate in cui venivano riposte le barche - furono trasformate in foresterie per assolvere a questa esigenza: ospitare i "foresti" cioè coloro che venivano da fuori, in questo caso gli ospiti dei nobili. Così fecero anche i Valmarana. 

La palazzina principale e la foresteria furono affrescate da Giambattista e Giandomenico Tiepolo.


 


Gli affreschi di Giambattista e Giandomenico Tiepolo

"Oggi ho visitato la Villa Valmarana decorata dal Tiepolo che lasciò libero corso a tutte le sue virtù e alle sue manchevolezze. Lo stile elevato non gli arrise come quello naturale, e di quest'ultimo ci sono qui cose preziose, ma come decorazione il complesso è felice e geniale."

da: Diario del viaggio in Italia - Goethe, 24 settembre 1786








CITTA' DELLE ROSE


 "Città delle Rose"





"la terra in cui produr di rose 
le dié piacevol nome in greche voci"

                                                                                     da:Orlando furioso - Ludovico Ariosto




Secondo una leggenda il nome di Rovigo deriverebbe da Rhodon, ovvero dalle rose che in questi luoghi fiorivano spontaneamente nell'antichità. 


Un recente studio porterebbe a identificare intorno all'attuale Polesine la zona di battaglia dei Campi Raudii in cui i Romani sconfissero i Cimbri nel 101 A.C.. Da qui l'ipotesi che la radice celtica raud si sia contratta in rod ed abbia dato origine al toponimo documentato nell'Alto Medioevo. Potrebbe dunque essere che una "Rovigo romana" o "Vicus Raudus" sorgesse nei pressi del teatro della famosa battaglia e secondo questa ipotesi il nome significherebbe Città della terra rossa.

Alcuni storici parlano di Polesine: territorio che comprende Adria e Rovigo.

Inoltre si pensa che la colonizzazione del Polesine sia da attribuire ai Greci, infatti il compagno nella guerra di Troia di Ulisse, Diomede, assieme al suo equipaggio fu il primo a scoprire Adria che in quel periodo era sul mare.

Ancora sul nome:

...Qualunque sia la ragione che la corte Bonevigo sia stata appellata Rodige, è certo che Rodige è lo stesso che fondo Roda e Corte Roda, e che ne vennero con lievi alterazioni Rodico, Rodigio, Rhodigium, Rovigo. F.A. Bocchi aveva probabilmente centrato il bersaglio. Infatti gli studi recenti di archeologia ipotizzano che la Corte Roda abbia origini longobarde. Presso i Longobardi, teste autorevole P.S. Leicht, i raggruppamenti rurali erano detti "Vici", singolare "Vicus" (Vico). Ora, nella lingue germaniche, rileva il Cherubini, i nuclei abitati rurali erano detti berg, feld, reuth, ma anche Rode. Un qualsiasi vocabolario di tedesco (uso quello curato da P. Giovannelli e W. Frenzel (Signorellli, 1972)), traduce la voce Rode(land), con terreno dissodato. Parer evidente che in epoca longobarda Rovigo era detto Rodevico, o Radavico, ossia villaggio (vico) che sorgeva su un terreno dissodato (Rode). E' ovvio che il nome venne successivamente "volgarizzato": facile intuire la caduta della d, e il rapido passaggio di c a g, dando così vita al più semplice e "volgare" Ro(d)-vig(c)o= Rovigo, anticamente semplificato in Rod(v)ige, con la caduta della v, difficile alla pronuncia dopo la d.



Ed è proprio ad Adria che il vescovo Paolo Cattaneo prese la decisione di trasferire la sede vescovile a Rovigo.

Il vescovo indeciso sul luogo dove condurre la sua gente vittima dell'ira degli Ungari, vide in sogno San Pietro che gli diede un meraviglioso pastorale cosparso di profumate rose rosse fiorite. Proprio per questo si dice che fu Rovigo la meta della loro peregrinazione. Il vescovo Paolo Cattaneo decise di costruire un castello a difesa dai barbari.

Nel 920 il vescovo Cattaneo chiese al papa Giovanni X la facoltà di costruire una fortezza (castrum construere) nel "fundus o vicus Roda" - Rovigo. Il permesso gli fu concesso.



... Ma che c'entra il "Castrum Rodige" con la "potenza" dei Vescovi-Conti adriesi? C'entra nel senso che qualche studioso si è chiesto come aveva fatto un povero "vescovo di campagna" a trovare i soldi per costruire addirittura un castello nella solitaria "Curte Roda". Anche qui gli studiosi, specie quelli locali, si sono dati da fare per trovare la quadratura del cerchio. Osservo preliminarmente che uno dei più validi, Jacopo Zennari, lo risolse in due modi complementari: da un lato riportando tutta una messe di documenti che testimoniavano la potenza economica su cui potevano contare i Vescovi-Conti adriesi (vastissimi territori in tutto il Polesine fino al mare; dall'altro, appoggiandosi a fonti documentarie certe, come la donazione fatta "dalla contessa Franca.. vedova del Marchese Almerico". Il documento di redazione fu redatto "actum", "felicemente" nel 954 nel castello di Rovigo- Castrum Rodigii feliciter" Si fa notare che a 32 anni dalla data di concessione di Giovanni X al Vescovo Cattaneo, il castello di Rovigo era bello e fatto, tanto è che la città viene nominata nel documento come "castrum". Dunque, la costruzione del "castrum" l'aveva praticamente finanziata il buon Almerico, attraverso sua moglie. In realtà il "castrum" della "Curte Roda", come altri "castra" dello stesso periodo, erano fatti secondo il modello dei "catra" romani, ovvero si trattava di zone militari fortificate mediante terrapieno circondato da una fitta palizzata e da un fossato. "Una fortezza della pianura del Po".



Torre Donà

Del Castrum Rodige ora è possibile  ammirare una delle torri medievali più alte d'Italia: Il mastio del castello, meglio nota come torre Donà, alta 66 metri.


Tra il 944 e il 1054 l'autorità dei Vescovi-Conti adriesi entra in crisi. L'indebolimento dell'autorità vescovile è dovuto a interventi militari  in Polesine da parte degli Estensi di Ferrara, dei Carraresi di Padova, e dei marchesi della Marca di Verona, (cioè un'ampia circoscrizione pubblica di età carolingia e del Sacro Romano Impero creata nelle zone di confine o aree che necessitavano di un coordinamento militare particolarmente efficace), istituita nel 951 per volontà di Berengario II e sottomessa al Ducato di Baviera, che si contendono che si contendono il dominio del territorio. L'area del Polesine diventa territorio di confine che viene conteso tra Marchesati confinanti.





1221- Federico II di Svevia, con editto imperiale, conferma ai marchesi Estensi di Ferrara l’investitura su Adria e Rovigo.

1285 – Il Polesine è teatro di scontri tra Padovani e Ferraresi.

1294 – L’imperatore  Rodolfo conferma l’investitura del Polesine agli Estensi.

1514- Il Polesine passa sotto il dominio incontrastato di Venezia.





Stemma della città all'epoca della Repubblica Veneta



territorio di Rovigo all'epoca della Serenissima Repubblica Veneta



Qui cito solo un monumento, del XVII secolo:



Chiesa della Beata Vergine del Soccorso - La Rotonda - Rovigo


Tra la fine del '500 e per buona parte del '600 in Europa era diffusa la peste. Le popolazioni venete fecero sorgere nel territorio veneto molti capitelli, santuari e chiese dedicate alla Madonna come supplica ed ex voto per la preservazione delle genti da questo flagello, la peste appunto. 





L'immagine della Madonna con Bambino venne ribattezzata dai fedeli Santa Maria del Soccorso a seguito dei miracoli legati alla preservazione della popolazione locale dalla peste. Il piccolo oratorio dove era collocata l'immagine della Madonna divenne oggetto di culto e pellegrinaggio tanto da non poter sopportare tale affluenza di fedeli. Fu così decisa la costruzione della Chiesa della Beata Vergine del Soccorso e fu dato l'incarico a Francesco Zamberlan collaboratore di Andrea Palladio per la sua progettazione e realizzazione.


Nel santuario è presente anche un pregevolissimo organo a canne, opera n° 34 del famoso costruttore d'organi Gaetano Callido. A destra dell'organo si può ammirare uno dei tre teleri dipinti da Antonio Zanchi che raffigura la glorificazione del podestà Verità Zenobio (1682), negli altri due sono raffigurate le glorificazioni: del precedente rettore di Rovigo Antonio II Loredan (1673) e del successivo rettore Almorò Dolfin (1683).


A parte il grande valore artistico delle Ville Venete che si trovano in Polesine soprattutto in Fratta Polesine, a cui vi rimando ad altri post dedicati: Villa Badoer, Villa Loredan-Molin ora Avezzù, Casa Campagnari ora Municipio,  Villa Dolfin, Villa Labia, vorrei soffermarmi di più sul valore storico di tre Ville che tengono il filo del discorso seguito fin qui: Palazzo Monti casa dei Carbonari ora Villa Viario, Villa Oroboni, Villa Cornoldi.


Dopo la fine della Repubblica di Venezia, le scorrerie di Napoleone sino a Venezia dettero poi come risultato il passaggio tutti i territori veneti "liberati" agli Asburgo, con somma delusione del Foscolo, mantenendo quasi intatti i confini della Repubblica Cisalpina. In queste terre polesane ricche di Arte nelle sue varie forme, cominciarono ad esserci due tipi di insofferenze: ribellione alla miseria tra i contadini e voglia di indipendenza tra gli intellettuali e la piccola borghesia. Una cosa era certa le cose dovevano cambiare, era quello il tempo. 

Ed ecco i romanzi: Piccolo mondo antico e Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro, Le mie Prigioni di Silvio Pellico, le opere liriche di Verdi con sottostante connotazione irredentista vedi l'aria Va pensiero del Nabucco cantata dei servi della borghesia milanese insieme al coro del Teatro della Scala in occasione della presenza della principessa Sissi. I vari moti che avvengono tra Veneto e Lombardia, i raduni dei Carbonari anche a Fratta Polesine.




Villa Monti ora Villa Viario

Nel catasto austriaco del 1852 la casa è di proprietà di Giovanni Monti, livellario del nobile Gaspare Lippomano; il rustico, invece, è di proprietà del fratello Giacomo, anch'esso livellario del medesimo Lippomano. I due fratelli Monti erano entrambi affiliati alla Carboneria.






Palazzetto dei Villa-Cornoldi ora Fanan


Agli inizi del XIX secolo la Villa è stata più volte sede di riunioni Carbonare, Il 12 dicembre del 1818 viene arrestato Antonio Villa, il nipote Francesco, carbonaro polesano morto allo Spielberg con un altro carbonaro, il suo concittadino e amico Antonio Oroboni.


Per quanto si voglia romanzare la civiltà contadina come una civiltà serena, la Storia purtroppo ci riporta alla dura realtà. Dal periodo feudale in poi, anche sotto la Repubblica di Venezia, la vita in questo territorio non era poi così idilliaca, ma era così anche in altre parti del Veneto. La vita era dura anche perché si viveva in territori non molto salubri, vi era anche la presenza della malaria e della pellagra tra le malattie più frequenti e le rivolte per migliori condizioni di vita c'erano state anche ai tempi degli Estensi. Un'idea di quello che era la vita in questi territori la si può avere leggendo "Il Mulino del Po" di Riccardo Bacchelli anche se parla dell'area del ferrarese le condizioni di vita in quella del Polesine erano molto simili.


 

Dal 9 giugno 2015 il Parco Delta del Po è ufficialmente riserva biosfera MAB UNESCO
Vi assicuro che ho trovato difficoltà a scegliere le immagini... tutte troppo belle!! Sicuramente da visitare!

Ci sono state nel tempo numerose opere di bonifica del territorio a partire da quelle messe in atto dalla Repubblica Veneta e poi dall'amministrazione asbugirca fino al ventennio del periodo fascista. Purtroppo dopo l'alluvione del 1951 andarono distrutte le Botti Barbarighe. Successivamente fu realizzato un bacino unico. 


Anche Rovigo come il resto del Veneto ha visto espatriare molti suoi figli, come non ricordare i molti che partirono per le miniere del Belgio? Grazie anche ai nostri veneti l'Italia a potuto svilupparsi nei primi anni '50: 50.000 uomini per le miniere belghe in cambio di carbone, dal solo Veneto ne partirono circa 30.000.

Per ultimo come non ricordare le partite di rugby tra il Petrarca rugby di Padova, il Benetton rugby  di Treviso e il rugby Rovigo Delta?



Badia 22-12-2013 Rugby Junior Under 16 vs Petrarca Rugby Junior Under 16

... E la Storia continua, largo ai giovani!!


sabato 27 giugno 2015

Ciack! Si gira!









Estate calda del 1997 precisamente Luglio. All'epoca ero studente universitaria e quei mesi estivi sarebbero stati impegnati per studiare l'ultimo esame da dare a settembre e per scrivere la tesi sicché addio vacanze. Un giorno di Luglio lessi su "Il Gazzettino" che stavano facendo dei provini per fare le comparse per alcune scene del film che avrebbero girato da lì a breve a Padova, cercavano persone normali con fisionomie anni '40 e non modelle o future aspiranti attrici, in quel momento pensai: "Perchè no?" mi notai l'indirizzo e l'orario per poi andare a fare il provino per il casting del film "I piccoli maestri" tratto dall'omonimo libro di Luigi Meneghello. Ovviamente non dissi nulla a nessuno per non sentirmi dire: "Dove vai?! Ma figurati se prendono proprio te!!!" ...... Presa.

Il giorno della selezione incontrai parecchi studenti universitari che come me stavano studiando e perciò sarebbero rimasti in città anche ad agosto. Una specie di rimpatriata insomma. Alla fine mi presero, e mi presero anche le misure: taglia abito e numero calzatura. Mi avrebbero contattato i giorni successivi. Avevo allora i capelli lunghi quindi mi avrebbero fatto un'acconciatura come questa qui sotto con in più la retina che mi raccoglieva i capelli dietro.




Pettinatura Victory Rolls with banana




Passò circa una settimana dal provino e i miei erano in vacanza a Caorle quel mercoledì rincasai tardi perchè dovetti andare in via Prima Strada a registrarmi all'Ufficio di collocamento per lo spettacolo per poter fare la comparsa - eravamo in parecchi in quei giorni a fare la fila per registrarci! - quando, quasi finito di salire le scale di casa squillò il telefono, era la produzione che mi avvertiva di presentarmi i primi due giorni della settimana successiva in via Agnusdei presso la scuola elementare, avrei fatto la comparsa per due giorni. Se fossi arrivata a casa solo qualche minuto dopo non avrei fatto tale esperienza! 



Il primo giorno di riprese ci presentammo tutti in via Agnusdei per prepararci, pareva quasi una catena di montaggio! Erano tutti molto organizzati e veloci, e nessuno faceva caso se ti vedeva in mutande, in una grande aula c'erano le femmine in altre aule gli uomini che erano molti di più. Mi pettinarono alla velocità della luce e mi diedero degli abiti invernali da indossare, alla volta delle scarpe però iniziarono i dolori: dovevo essere una popolana stremata dalla guerra quindi pazienza per gli abiti consunti ma le scarpe, ovviamente usate, erano un pò scomode e con zeppa alta. Al momento ero rimasta un po' male per gli abiti però durò un attimo, eravamo tutti eccitati e stavamo per recitare. Usciti dalla scuola per dirigerci sul Liston dove avremmo girato vicino al Pedrocchi, vedevamo le facce stupite e un pò sconcertate delle persone di una certa età e le facce incuriosite ma con una certa distanza da noi dei passanti che incontravamo lungo il tragitto. 

Durante le pause delle riprese alcuni passanti si fermavano a parlare con noi dei tempi della guerra, ci raccontavano i loro piccoli aneddoti di vita vissuta. Altri invece inveivano contro le comparse vestite da tedeschi che a volte stavano zitti  e a volte rispondevano "guardi che sono una comparsa!" come per riportare alla realtà del tempo presente coloro che se l'erano presa con loro finanche inveire contro con sfoghi amari rispetto a torti subiti allora. A me con gli abiti di scena tutto sommato andò bene, capitò infatti che ad alcuni studenti che conoscevo avessero dato delle scarpe di numero inferiore. A Bruno, che impersonava un ufficiale tedesco capitò un paio di stivali di numero inferiore al suo, ma sopportò quel disagio per amore dell'arte. Bruno era appena andato in pensione, aveva lavorato in banca, ed era una persona molto dolce però vestito con l'uniforme di ufficiale tedesco, carnagione chiara, capelli rasati bianchi e occhi azzurro chiaro pareva proprio vero, faceva un certo che, mentre nella vita reale era una persona molto mite. 

Durante la pausa pranzo ci raggiunsero anche dei tecnici che arrivarono dalla Toscana, stavano girando un film con Roberto Benigni e ogni tanto li sentivo ridere, provavo a carpire qualche parola ma niente! troppo distanti. Comunque pensai doveva essere un bel film e al momento pensavo fosse un film comico invece stavano girando: "La vita è Bella".




Girammo alcune scene della liberazione di Padova in Piazza delle Erbe che per l'occasione era stata trasformata a livello scenografico: calcinacci e pezzi di giornale per terra e barricate di legno lungo i portici della Piazza dove noi popolani dovevamo attendere prima di uscire festanti incontro ai liberatori dopo un conflitto a fuoco in Piazza con i tedeschi. La scena la ripetemmo tre volte: la prima volta mi veniva istintivo non inciampare sui calcinacci e cadere rovinosamente a terra quindi guardare dove stavo mettendo i piedi mentre l'aiuto regista ci diceva di guardare verso i partigiani a testa alta e sorridenti; la seconda volta, un po' più sicura del tragitto che dovevo fare senza inciampare, mi sarebbe venuto d'istinto andare vicino al tedesco ferito a terra per vedere come stava e prestargli soccorso, nella vita reale forse se fosse successo a me lo avrei fatto sul serio, magari mi avrebbero allontanata dal ferito oppure no, ma avevo ben in mente ciò che dovevo fare: recitare bene la mia parte da comparsa. Il giorno successivo avremmo girato la scena lungo via San Francesco.





Io ero proprio lì a lato della via pronta ad accogliere festante i nostri liberatori. Prima di girare la scena, l'aiuto regista con l'alto parlante ci chiese "che ora è?" noi d'istinto guardammo l'orologio, l'ordine successivo fu:"toglietevi orologi ed anelli e metteteli in tasca". La signora che era vicino a me si tolse l'anello, un solitario, e lo mise in tasca, a fine scena fece per rimettersi l'anello ma, momento di panico, non se lo trovò più! Ci mettemmo tutti a cercare il suo anello, recuperato. 

Alcuni universitari che conoscevo lavorarono come comparse molti giorni ancora in qualità o di soldati o partigiani, dovettero andare anche a Chioggia  per girare delle riprese.

Anche Bruno girò molte scene in qualità di comparsa ma poi andando a vedere il film ci rendemmo conto che alcune scene non c'erano mentre la trama era prevalentemente ambientata ad Asiago e Bruno ci rimase un po' male, sperava di vedere alcune scene di Padova che invece non erano state inserite. Gli scattò però la passione per la recitazione e da quel momento si mantenne aggiornato su provini per i casting per i film che sarebbero stati fatti in Veneto e Lombardia, qualche tempo dopo lo rincontrai in autobus e gli chiesi se aveva fatto la comparsa in altri film e lui mi rispose di sì, piccole parti, ma che ad alcune occasioni di recitare come comparsa aveva dovuto rinunciare: erano distanti da Padova e non aveva la macchina e né la patente, Ah! Bruno! Bruno!......






















domenica 7 giugno 2015

I CAPRICCI DI MISURINA







La leggenda narra che un tempo, a capo della zona che si estende tra le Tofane e le Tre Cime di Lavaredo, ci fosse un potente e forte re chiamato Sorapis. Il sovrano era rimasto vedovo ed aveva una figlia di nome Misurina per la quale nutriva un'affetto e una devozione smisurati.

Papà Sorapis era un gigante e Misurina era così piccina che poteva comodamente stare nel palmo della sua mano.

Misurina era una ragazzina viziata e capricciosa, perennemente scontenta e sempre alla richiesta di qualcosa di nuovo. Nonostante ciò Sorapis che la adorava non esitava mai ad accontentarla e ad assecondare i suoi atteggiamenti che venivano puntualmente perdonati perchè attribuiti alla mancanza della mamma. Egli infatti esortava la servitù e le dame di compagnia ad avere pazienza con lei in quanto se potevano la evitavano perché dispettosa. Sorapis soleva ripetere "Signori miei, la mia bambina è alquanto monella, ma è la mia cara bambina! Rimedieremo... Rimedieremo.."

Misurina era così curiosa che voleva sapere tutto, voleva vedere tutto. Per scherzo un giorno la sua nutrice le disse: " Una signorina come te dovrebbe avere in camera sua lo specchio Tuttosò!" Misurina fu ancora più curiosa di prima e chiese a cosa servisse un simile specchio. 

La nutrice le rispose " E' uno specchio dove basta specchiarsi per sapere tutto quanto si vuol sapere!"
"Oh! mamma mia! Dimmi, come posso averlo?" La nutrice che voleva disimpegnarsi dalla ragazzina le disse frettolosamente: "Chiedilo a tuo padre! lui di sicuro lo sa."





Misurina non se lo fece ripetere due volte e felice corse da suo padre per ricevere in dono l'agognato specchio.

"Papà! Papà! devi farmi assolutamente un regalo!"
Sorapis le rispose accogliendola nella sua grande mano: "Sentiamo, di che si tratta stavolta?"
"Prima giura che melo farai!"
"Non si fanno giuramenti al buio, di che si tratta?"
Misurina inoltrò la sua richiesta: "Voglio lo specchio Tuttosò".
Sorapis impallidì, e cercò di far ragionare la figliola. "Tu non sa cosa mi chiedi, Misurina!"
Misurina si irrigidì e cominciò a fare i capricci e rispose contrariata: "Sì che lo so! e lo voglio!"
Sorapis tentò di nuovo a far desistere la figliola:"Ma lo sai che lo specchio appartiene alla fata del Monte Cristallo?"
E Misurina che non voleva sentir ragioni rispose "E che m'importa? TU me lo comprerai!"
Sorapis stava per cedere rassegnato a tanta insistenza.
"Senti Misurina..." La ragazzina cominciò ad urlare e a piangere sempre più forte e a dire: "E se non mi porterai quello specchio io morirò!"






A quel punto il povero re si vestì come da cerimoniale, con corona, scettro e mantello di ermellino e si avviò verso il vicino Monte Cristallo. Giunto al castello fatato bussò e fu accolto nella sala del trono, affianco alla fata vi erano le sue dame di compagnia che erano talmente belle ed eteree tanto da emanare una luce azzurra in tutta la sala. Sorapis fece l'inchino e la fata gli chiese: "Chi sei? Perchè sei qui?"
Sorapis con voce tremolante ed il capo ancora chinato verso terra le rispose in modo conciso: " Sono Sorapis e voglio lo specchio Tuttosò."  

"Solamente!?" Rispose ridendo la fata "Me lo chiedi come se si trattasse di fiori!"
Sorapis le rispose implorandola: "Oh! fata, ti prego non ridere,  se la mia adorata bambina non l'avrà morirà!" La fata volle saperne di più e gli chiese: " La tua bambina che ne sa dello specchio Tuttosò? A che le serve? Come si chiama la tua bambina? "
"Misurina."
"Ah! Ora mi spiego, la conosco di fama, le sue grida giungono fino a me quando fa i capricci, e questo capriccio è degno di lei! Va bene, io ti darò lo specchio ma ad un patto!"
Sorapis rabrivvidì e rispose: "Ti ascolto" 




Riprese la fata indicandogli il suo bellissimo giardino: "Vedi quanto sole batte da mattina a sera sopra il mio giardino? Mi brucia tutti i miei fiori! Mi ci vorrebbe una montagna a gettarmi un pò d'ombra. Ecco, bisognerebbe che tu grande e grosso come sei ti trasformassi in una bella montagna. A questo patto io ti cederò il mio specchio Tuttosò."

Il povero Sorapis che non voleva deludere la sua amata figlia accettò.

La fata trasse da uno scrigno un grande specchio verde e lo pose nella mano di Sorapis che nel frattempo era diventato smunto. 

La fata si accorse dell'entità del sacrificio che gli aveva chiesto e ne ebbe compassione, gli disse: " Senti capisco che non era nei tuoi intenti trasformarti in una montagna per esaudire il desiderio della figliola, però hai paura che la tua Misurina muoia se non avrà lo specchio. Ritorna al castello e ripeti a Misurina le mie condizioni per poterlo avere: se ti vuole bene rinuncerà a possederlo per non perdere il suo papà, e tu mi rimandi indietro lo specchio, altrimenti...... mi dispiace ma i patti sono patti."
"Sta bene" rispose il re un pò risollevato e ritornò al castello dove l'attendeva Misurina che appena lo vide gli gridò correndogli incontro:" Allora! Mi hai portato lo specchio?" Sorapis annuì e se la prese in mano portandola vicino al suo cuore per meglio spiegarle a quali condizioni avrebbe potuto avere lo specchio Tuttosò. Terminato di riferire l'ambasciata della fata del Monte Cristallo Misurina commentò: " Tutto qui? Dammi pure lo specchio papà e non pensarci. Diventare una montagna così grande deve essere una bellissima cosa e poi ti coprirai di prati e di boschi dove io mi divertirò!" E non appena finito di pronunciare quelle parole si fece consegnare lo specchio. 




Sorapis impallidì tanto che se non fosse stato segnato il suo destino forse sarebbe morto di crepacuore, tutto lì l'amore che Misurina aveva per lui? Ma ormai era troppo tardi per i ripensamenti, stava già iniziando la sua trasformazione: diventava sempre più grande e i suoi piedi e le sue mani diventavano di roccia, poi cominciò a ricoprirsi di prati e boschi e in tutta quella trasformazione Misurina si ritrovava sempre più in alto ma distrattamente, rimirandosi nello specchio, non si accorgeva che più in alto saliva più scoscesi e ripidi erano i sentieri. Sorapis pareva non voler smettere di crescere e la montagna mise a nudo le rocce ripide dove piano piano si chiudevano gli occhi del gigante. 




Ma prima che avesse termine la sua traformazione sentì un urlo di spavento della sua amata Misurina, si era trovata sull'orlo di una roccia e con lo specchio in mano perse l'equilibrio e precipitò dalla montagna mandando in mille frantumi lo specchio verde. Sorapis non potendo far nulla per salvare sua figlia dalla morte si mise a piangere e le sue lacrime scendevano dai suoi occhi semi pietrificati finchè la sua trasformazione non fu completa. In fondo al lago di lacrime giacciono Misurina e il suo specchio verde frantumato che ancor oggi dona quei bei riflessi all'acqua. Nel lago si riflette ancor oggi Sorapis alla ricerca della sua bambina morta.


liberamente tratto da  "Lo specchio di Misurina" di P. Ballario







Lago di Misurina - Belluno



Il Lago di Misurina - Claudio Baglioni


Sciolta ormai l'ultima neve
su un tappeto d'erba nuova
con un passo lieve nell'aurora
Misurina camminava
sopra ad una rupe si fermava
ogni dì alla stessa ora
nella calma del mattino
il silenzio era velluto
un arcobaleno di pensieri
lei gettava giù nel vuoto
e qualcuno la sopiava muto
il suo nome era Sorapis
Sorapis che viveva solo lassù
tra abeti e genziane blu
nessun sorriso ebbe mai
e Misurina che era tutto per lui 
un giorno scivolò giù
la vide con gli occhi suoi
Misurina riposava
tra il ginepro e i rododendri
si affacciava il sole dalle nubi
sopra i suoi capelli biondi
ed un alito di vento andava
a sfiorare lei
per lasciarla poi
tra le braccia di Sorapis
Sorapis chiuse gli occhi e il capo chinò
e giorno e notte aspettò
finchè di pietra non fu 
e con le lacrime che scesero giù
un verde lago formò
tra abeti e genziane blu.