sabato 27 giugno 2015

Ciack! Si gira!









Estate calda del 1997 precisamente Luglio. All'epoca ero studente universitaria e quei mesi estivi sarebbero stati impegnati per studiare l'ultimo esame da dare a settembre e per scrivere la tesi sicché addio vacanze. Un giorno di Luglio lessi su "Il Gazzettino" che stavano facendo dei provini per fare le comparse per alcune scene del film che avrebbero girato da lì a breve a Padova, cercavano persone normali con fisionomie anni '40 e non modelle o future aspiranti attrici, in quel momento pensai: "Perchè no?" mi notai l'indirizzo e l'orario per poi andare a fare il provino per il casting del film "I piccoli maestri" tratto dall'omonimo libro di Luigi Meneghello. Ovviamente non dissi nulla a nessuno per non sentirmi dire: "Dove vai?! Ma figurati se prendono proprio te!!!" ...... Presa.

Il giorno della selezione incontrai parecchi studenti universitari che come me stavano studiando e perciò sarebbero rimasti in città anche ad agosto. Una specie di rimpatriata insomma. Alla fine mi presero, e mi presero anche le misure: taglia abito e numero calzatura. Mi avrebbero contattato i giorni successivi. Avevo allora i capelli lunghi quindi mi avrebbero fatto un'acconciatura come questa qui sotto con in più la retina che mi raccoglieva i capelli dietro.




Pettinatura Victory Rolls with banana




Passò circa una settimana dal provino e i miei erano in vacanza a Caorle quel mercoledì rincasai tardi perchè dovetti andare in via Prima Strada a registrarmi all'Ufficio di collocamento per lo spettacolo per poter fare la comparsa - eravamo in parecchi in quei giorni a fare la fila per registrarci! - quando, quasi finito di salire le scale di casa squillò il telefono, era la produzione che mi avvertiva di presentarmi i primi due giorni della settimana successiva in via Agnusdei presso la scuola elementare, avrei fatto la comparsa per due giorni. Se fossi arrivata a casa solo qualche minuto dopo non avrei fatto tale esperienza! 



Il primo giorno di riprese ci presentammo tutti in via Agnusdei per prepararci, pareva quasi una catena di montaggio! Erano tutti molto organizzati e veloci, e nessuno faceva caso se ti vedeva in mutande, in una grande aula c'erano le femmine in altre aule gli uomini che erano molti di più. Mi pettinarono alla velocità della luce e mi diedero degli abiti invernali da indossare, alla volta delle scarpe però iniziarono i dolori: dovevo essere una popolana stremata dalla guerra quindi pazienza per gli abiti consunti ma le scarpe, ovviamente usate, erano un pò scomode e con zeppa alta. Al momento ero rimasta un po' male per gli abiti però durò un attimo, eravamo tutti eccitati e stavamo per recitare. Usciti dalla scuola per dirigerci sul Liston dove avremmo girato vicino al Pedrocchi, vedevamo le facce stupite e un pò sconcertate delle persone di una certa età e le facce incuriosite ma con una certa distanza da noi dei passanti che incontravamo lungo il tragitto. 

Durante le pause delle riprese alcuni passanti si fermavano a parlare con noi dei tempi della guerra, ci raccontavano i loro piccoli aneddoti di vita vissuta. Altri invece inveivano contro le comparse vestite da tedeschi che a volte stavano zitti  e a volte rispondevano "guardi che sono una comparsa!" come per riportare alla realtà del tempo presente coloro che se l'erano presa con loro finanche inveire contro con sfoghi amari rispetto a torti subiti allora. A me con gli abiti di scena tutto sommato andò bene, capitò infatti che ad alcuni studenti che conoscevo avessero dato delle scarpe di numero inferiore. A Bruno, che impersonava un ufficiale tedesco capitò un paio di stivali di numero inferiore al suo, ma sopportò quel disagio per amore dell'arte. Bruno era appena andato in pensione, aveva lavorato in banca, ed era una persona molto dolce però vestito con l'uniforme di ufficiale tedesco, carnagione chiara, capelli rasati bianchi e occhi azzurro chiaro pareva proprio vero, faceva un certo che, mentre nella vita reale era una persona molto mite. 

Durante la pausa pranzo ci raggiunsero anche dei tecnici che arrivarono dalla Toscana, stavano girando un film con Roberto Benigni e ogni tanto li sentivo ridere, provavo a carpire qualche parola ma niente! troppo distanti. Comunque pensai doveva essere un bel film e al momento pensavo fosse un film comico invece stavano girando: "La vita è Bella".




Girammo alcune scene della liberazione di Padova in Piazza delle Erbe che per l'occasione era stata trasformata a livello scenografico: calcinacci e pezzi di giornale per terra e barricate di legno lungo i portici della Piazza dove noi popolani dovevamo attendere prima di uscire festanti incontro ai liberatori dopo un conflitto a fuoco in Piazza con i tedeschi. La scena la ripetemmo tre volte: la prima volta mi veniva istintivo non inciampare sui calcinacci e cadere rovinosamente a terra quindi guardare dove stavo mettendo i piedi mentre l'aiuto regista ci diceva di guardare verso i partigiani a testa alta e sorridenti; la seconda volta, un po' più sicura del tragitto che dovevo fare senza inciampare, mi sarebbe venuto d'istinto andare vicino al tedesco ferito a terra per vedere come stava e prestargli soccorso, nella vita reale forse se fosse successo a me lo avrei fatto sul serio, magari mi avrebbero allontanata dal ferito oppure no, ma avevo ben in mente ciò che dovevo fare: recitare bene la mia parte da comparsa. Il giorno successivo avremmo girato la scena lungo via San Francesco.





Io ero proprio lì a lato della via pronta ad accogliere festante i nostri liberatori. Prima di girare la scena, l'aiuto regista con l'alto parlante ci chiese "che ora è?" noi d'istinto guardammo l'orologio, l'ordine successivo fu:"toglietevi orologi ed anelli e metteteli in tasca". La signora che era vicino a me si tolse l'anello, un solitario, e lo mise in tasca, a fine scena fece per rimettersi l'anello ma, momento di panico, non se lo trovò più! Ci mettemmo tutti a cercare il suo anello, recuperato. 

Alcuni universitari che conoscevo lavorarono come comparse molti giorni ancora in qualità o di soldati o partigiani, dovettero andare anche a Chioggia  per girare delle riprese.

Anche Bruno girò molte scene in qualità di comparsa ma poi andando a vedere il film ci rendemmo conto che alcune scene non c'erano mentre la trama era prevalentemente ambientata ad Asiago e Bruno ci rimase un po' male, sperava di vedere alcune scene di Padova che invece non erano state inserite. Gli scattò però la passione per la recitazione e da quel momento si mantenne aggiornato su provini per i casting per i film che sarebbero stati fatti in Veneto e Lombardia, qualche tempo dopo lo rincontrai in autobus e gli chiesi se aveva fatto la comparsa in altri film e lui mi rispose di sì, piccole parti, ma che ad alcune occasioni di recitare come comparsa aveva dovuto rinunciare: erano distanti da Padova e non aveva la macchina e né la patente, Ah! Bruno! Bruno!......






















domenica 7 giugno 2015

I CAPRICCI DI MISURINA







La leggenda narra che un tempo, a capo della zona che si estende tra le Tofane e le Tre Cime di Lavaredo, ci fosse un potente e forte re chiamato Sorapis. Il sovrano era rimasto vedovo ed aveva una figlia di nome Misurina per la quale nutriva un'affetto e una devozione smisurati.

Papà Sorapis era un gigante e Misurina era così piccina che poteva comodamente stare nel palmo della sua mano.

Misurina era una ragazzina viziata e capricciosa, perennemente scontenta e sempre alla richiesta di qualcosa di nuovo. Nonostante ciò Sorapis che la adorava non esitava mai ad accontentarla e ad assecondare i suoi atteggiamenti che venivano puntualmente perdonati perchè attribuiti alla mancanza della mamma. Egli infatti esortava la servitù e le dame di compagnia ad avere pazienza con lei in quanto se potevano la evitavano perché dispettosa. Sorapis soleva ripetere "Signori miei, la mia bambina è alquanto monella, ma è la mia cara bambina! Rimedieremo... Rimedieremo.."

Misurina era così curiosa che voleva sapere tutto, voleva vedere tutto. Per scherzo un giorno la sua nutrice le disse: " Una signorina come te dovrebbe avere in camera sua lo specchio Tuttosò!" Misurina fu ancora più curiosa di prima e chiese a cosa servisse un simile specchio. 

La nutrice le rispose " E' uno specchio dove basta specchiarsi per sapere tutto quanto si vuol sapere!"
"Oh! mamma mia! Dimmi, come posso averlo?" La nutrice che voleva disimpegnarsi dalla ragazzina le disse frettolosamente: "Chiedilo a tuo padre! lui di sicuro lo sa."





Misurina non se lo fece ripetere due volte e felice corse da suo padre per ricevere in dono l'agognato specchio.

"Papà! Papà! devi farmi assolutamente un regalo!"
Sorapis le rispose accogliendola nella sua grande mano: "Sentiamo, di che si tratta stavolta?"
"Prima giura che melo farai!"
"Non si fanno giuramenti al buio, di che si tratta?"
Misurina inoltrò la sua richiesta: "Voglio lo specchio Tuttosò".
Sorapis impallidì, e cercò di far ragionare la figliola. "Tu non sa cosa mi chiedi, Misurina!"
Misurina si irrigidì e cominciò a fare i capricci e rispose contrariata: "Sì che lo so! e lo voglio!"
Sorapis tentò di nuovo a far desistere la figliola:"Ma lo sai che lo specchio appartiene alla fata del Monte Cristallo?"
E Misurina che non voleva sentir ragioni rispose "E che m'importa? TU me lo comprerai!"
Sorapis stava per cedere rassegnato a tanta insistenza.
"Senti Misurina..." La ragazzina cominciò ad urlare e a piangere sempre più forte e a dire: "E se non mi porterai quello specchio io morirò!"






A quel punto il povero re si vestì come da cerimoniale, con corona, scettro e mantello di ermellino e si avviò verso il vicino Monte Cristallo. Giunto al castello fatato bussò e fu accolto nella sala del trono, affianco alla fata vi erano le sue dame di compagnia che erano talmente belle ed eteree tanto da emanare una luce azzurra in tutta la sala. Sorapis fece l'inchino e la fata gli chiese: "Chi sei? Perchè sei qui?"
Sorapis con voce tremolante ed il capo ancora chinato verso terra le rispose in modo conciso: " Sono Sorapis e voglio lo specchio Tuttosò."  

"Solamente!?" Rispose ridendo la fata "Me lo chiedi come se si trattasse di fiori!"
Sorapis le rispose implorandola: "Oh! fata, ti prego non ridere,  se la mia adorata bambina non l'avrà morirà!" La fata volle saperne di più e gli chiese: " La tua bambina che ne sa dello specchio Tuttosò? A che le serve? Come si chiama la tua bambina? "
"Misurina."
"Ah! Ora mi spiego, la conosco di fama, le sue grida giungono fino a me quando fa i capricci, e questo capriccio è degno di lei! Va bene, io ti darò lo specchio ma ad un patto!"
Sorapis rabrivvidì e rispose: "Ti ascolto" 




Riprese la fata indicandogli il suo bellissimo giardino: "Vedi quanto sole batte da mattina a sera sopra il mio giardino? Mi brucia tutti i miei fiori! Mi ci vorrebbe una montagna a gettarmi un pò d'ombra. Ecco, bisognerebbe che tu grande e grosso come sei ti trasformassi in una bella montagna. A questo patto io ti cederò il mio specchio Tuttosò."

Il povero Sorapis che non voleva deludere la sua amata figlia accettò.

La fata trasse da uno scrigno un grande specchio verde e lo pose nella mano di Sorapis che nel frattempo era diventato smunto. 

La fata si accorse dell'entità del sacrificio che gli aveva chiesto e ne ebbe compassione, gli disse: " Senti capisco che non era nei tuoi intenti trasformarti in una montagna per esaudire il desiderio della figliola, però hai paura che la tua Misurina muoia se non avrà lo specchio. Ritorna al castello e ripeti a Misurina le mie condizioni per poterlo avere: se ti vuole bene rinuncerà a possederlo per non perdere il suo papà, e tu mi rimandi indietro lo specchio, altrimenti...... mi dispiace ma i patti sono patti."
"Sta bene" rispose il re un pò risollevato e ritornò al castello dove l'attendeva Misurina che appena lo vide gli gridò correndogli incontro:" Allora! Mi hai portato lo specchio?" Sorapis annuì e se la prese in mano portandola vicino al suo cuore per meglio spiegarle a quali condizioni avrebbe potuto avere lo specchio Tuttosò. Terminato di riferire l'ambasciata della fata del Monte Cristallo Misurina commentò: " Tutto qui? Dammi pure lo specchio papà e non pensarci. Diventare una montagna così grande deve essere una bellissima cosa e poi ti coprirai di prati e di boschi dove io mi divertirò!" E non appena finito di pronunciare quelle parole si fece consegnare lo specchio. 




Sorapis impallidì tanto che se non fosse stato segnato il suo destino forse sarebbe morto di crepacuore, tutto lì l'amore che Misurina aveva per lui? Ma ormai era troppo tardi per i ripensamenti, stava già iniziando la sua trasformazione: diventava sempre più grande e i suoi piedi e le sue mani diventavano di roccia, poi cominciò a ricoprirsi di prati e boschi e in tutta quella trasformazione Misurina si ritrovava sempre più in alto ma distrattamente, rimirandosi nello specchio, non si accorgeva che più in alto saliva più scoscesi e ripidi erano i sentieri. Sorapis pareva non voler smettere di crescere e la montagna mise a nudo le rocce ripide dove piano piano si chiudevano gli occhi del gigante. 




Ma prima che avesse termine la sua traformazione sentì un urlo di spavento della sua amata Misurina, si era trovata sull'orlo di una roccia e con lo specchio in mano perse l'equilibrio e precipitò dalla montagna mandando in mille frantumi lo specchio verde. Sorapis non potendo far nulla per salvare sua figlia dalla morte si mise a piangere e le sue lacrime scendevano dai suoi occhi semi pietrificati finchè la sua trasformazione non fu completa. In fondo al lago di lacrime giacciono Misurina e il suo specchio verde frantumato che ancor oggi dona quei bei riflessi all'acqua. Nel lago si riflette ancor oggi Sorapis alla ricerca della sua bambina morta.


liberamente tratto da  "Lo specchio di Misurina" di P. Ballario







Lago di Misurina - Belluno



Il Lago di Misurina - Claudio Baglioni


Sciolta ormai l'ultima neve
su un tappeto d'erba nuova
con un passo lieve nell'aurora
Misurina camminava
sopra ad una rupe si fermava
ogni dì alla stessa ora
nella calma del mattino
il silenzio era velluto
un arcobaleno di pensieri
lei gettava giù nel vuoto
e qualcuno la sopiava muto
il suo nome era Sorapis
Sorapis che viveva solo lassù
tra abeti e genziane blu
nessun sorriso ebbe mai
e Misurina che era tutto per lui 
un giorno scivolò giù
la vide con gli occhi suoi
Misurina riposava
tra il ginepro e i rododendri
si affacciava il sole dalle nubi
sopra i suoi capelli biondi
ed un alito di vento andava
a sfiorare lei
per lasciarla poi
tra le braccia di Sorapis
Sorapis chiuse gli occhi e il capo chinò
e giorno e notte aspettò
finchè di pietra non fu 
e con le lacrime che scesero giù
un verde lago formò
tra abeti e genziane blu.

sabato 30 maggio 2015

MELCHIORRE CESAROTTI




Villa Cesarotti Fabbris - Selvazzano Dentro Padova

La Villa fu la dimora di campagna di Melchiorre Cesarotti, letterato, filologo e traduttore padovano vissuto tra il 1730 e il 1808. Celebre è la sua traduzione dei Canti di Ossian poema epico scozzese di James Mcpherson. 
La Villa fu edificata nel Seicento dalla famiglia Cesarotti di Padova. Nel 1871 l'abate Melchiorre Cesarotti vi si trasferì e ne fece il suo rifugio campestre.

La Villa fu visitata da importanti poeti e scrittori del tempo tra cui Madame de Stael, Vittorio Alfieri, Ippolito Pindemonte e probabilmente anche dal suo allievo ribelle Ugo Foscolo.
All'interno della Villa si trovano le stanze che il letterato aveva chiamato della Filosofia positiva, della Filosofia pratica, della Letteratura.




Il Cesarotti progettò anche il Parco secondo i canoni inglesi: esso presentava un boschetto funebre con erme iscrizioni. Il fiume Bacchiglione costituiva un'importante elemento di questo "giardino campestre" che però fu compromesso con il taglio del meandro.

Dal 2012 Villa Cesarotti è sede dell'ANCI-Veneto.



Ragione, Umanità e Giustizia.
Queste dovrebbero essere le vere dominatrici della terra
ma esse non sono che le regine detronate.




  
Melchiorre Cesarotti                                James Mcpheron

 

Il poeta combattente

Siamo in epoca preromantica e l'amore per il Medioevo dilaga in tutta Europa. In questo periodo ebbero grande popolarità i Canti di Ossian, poemetti scritti in stile medioevale dallo scozzese James Mcpheron. Il Medioevo era inoltre il periodo storico in cui sorsero le lingue e le culture nazionali, e molti romantici erano convinti nazionalisti fortemente impegnati nelle lotte per l'indipendenza del proprio Paese.

Letteratura, arte e politica si incrociano.





Ossian e Malvina



Ugo Foscolo -L'allievo ribelle



"All'uom di genio, al Poeta della nazione, al Traduttore finalmente dell'Ossiano mi accingo a rendere tributo che già il mio cuore gli rese dal primo istante ch'io cominciai a leggere i versi suoi" (Ugo Foscolo - Venezia, 28 settembre 1795, in Ep. I, pp. 17-8)

Il Foscolo associa il Cesarotti a Parini, Alfieri e Monti come responsabili del rinnovamento del linguaggio poetico italiano avvenuto negli ultimi decenni del Settecento.


LA MALEDIZIONE DEL MARCHESE


Castello di Sammezzano a Reggello - Firenze

Grazie al gusto originale ed eccentrico del Marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d'Aragona, il Castello rappresenta un concentrato d'Oriente in terra di Toscana.


Il Marchese è stato, pur senza laurea, Architetto, Ingegnere e Botanico, Bibliofilo, Imprenditore, Politico ed intellettuale poliedrico. A partire dal 1853 e per i successivi trent'anni il Marchese edificò, sotto la sua stretta direzione, il Castello secondo i dettami e il gusto dell'architettura orientale. Tutti i mattoni, le piastrelle, gli stucchi venivano realizzate in loco, e se necessario, faceva venire dall'oriente le maestranze specializzate di cui necessitava. Per questo suo progetto, si trasferì in loco e poi vi si stabilì stabilmente da solo con la compagnia di diciassette inservienti e liquidò la moglie e figli donando loro parte del suo ingente patrimonio. Interessante anche il Parco del Castello che ospita molte specie di piante orientali. 


   

   

Credetemi è difficile escludere immagini fantastiche del Castello perciò vi rimando ai siti consigliati.


Dopo la sua morte a causa di una rara forma progressiva, le sue spoglie furono custodite in un sacrario a lato del Castello, su cui vigilavano le statue di due leoni piangenti. Dopo la chiusura del Castello agli inizi degli anni novanta si sono verificati tanti saccheggi e purtroppo nel 2005 fu trafugato uno dei due Leoni. il furto fu confessato due anni dopo dai due ladri che si ammalarono della stessa malattia del Marchese, la paralisi progressiva.

La maledizione è continuata anche per i successivi proprietari del leone rubato come testimoniato da un vecchio articolo de "La Nazione"  al leone superstite nessuno osa avvicinarsi!

Ma la maledizione del Marchese a quanto pare non ha colpito solo i ladri  ma anche quanti volevano specularci sopra.

Tutti coloro che vorranno arricchirsi e speculare alle spalle del Castello, andranno in rovina 

e così finora è stato. Pare che a tutt'oggi le divergenze interne all'attuale proprietà non consentano il recupero e la definitiva apertura del Castello.



  





Il Castello si dice sia animato da "strane presenze" testimoniate anche da chi ci lavorava. Il fantasma del marchese nelle notti tempestose provocava strani rumori e sbattimenti di porte, senza comunque mostrarsi ostile ai presenti, anche per questo l'allora portiere lo ribattezzò amichevolmente Tiberio.


Film horror - The Evil inside - ambientato al Castello di Sammezzano

La Maledizione del Marchese

prenotazione visite

http://www.sammezzano.org/il-marchese.html

LA PARTITA A SCACCHI PER LA BELLA LIONORA


Castello Inferiore ora Palazzo Municipale di Marostica - Vicenza






La Storia della Partita a Scacchi


la vicenda della partita risale al 1454 quando Marostica era una delle fedelissime della Repubblica Veneta.

Avvenne che due nobili guerrieri Rinaldo d'Angarano e Vieri da Vallonara si innamorarono contemporaneamente della bella Lionora figlia di Taddeo Parisio Castellano di Marostica, e come era costume all'epoca, i due contendenti si sfidarono a duello.


 
Taddeo Parisio e le due figlie

Ma il Castellano, che non voleva inimicarsi alcuno dei due calorosissimi giovani e perderli a duello, proibì lo scontro rifacendosi anche ad un editto di Cangrande della Scala e decise perciò che Lionora sarebbe andata sposa a quello dei rivali che avesse vinto una partita al nobile gioco degli scacchi: lo sconfitto sarebbe diventato lo stesso suo parente sposando Oldrada, la sorella minore di Lionora.



L'incontro si sarebbe svolto in un giorno di festa nella piazza del Castello da Basso, "a pezzi grandi e vivi, armati e segnati delle nobili insegne dei bianchi e neri in presenza del Castellano, della sua nobile figlia, dei Signori di Angarano e di Vallonara, dei nobili e del popolo tutto." Il Castellano decise anche che "la disfida sia onorata da una mostra in campo di uomini d'arme, fanti e cavalieri e fuochi e luminarie, danze e suoni."

Ecco dunque scendere in campo gli armati: arceri, balestrieri ed alabardieri, fanti schiavoni e cavalieri, il Castellano, la sua nobile corte con Lionora trepidante perché innamorata di uno dei contendenti, la fedele nutrice, dame, gentiluomini, l'araldo, il capitano d'armi, falconieri, paggi e damigelle, vessilliferi, musici, massere e borghigiani e poi ancora i bianchi e i neri con Re e Regine, torri e cavalieri, alfieri e pedoni e due contendenti che ordinano le mosse. Infine tripudio con fuochi e luminarie secondo l'ordine del Castellano. 



   


E così oggi tutto si ripete come la prima volta, in una cornice di costumi fastosi, di corteggi pittoreschi, di gonfaloni multicolori, di marziali parate, di squisita eleganza.





I comandi alle milizie vengono ancora oggi impartiti nella lingua della Serenissima Repubblica di Venezia.

Nell'impossibilità di riprodurre le mosse originali giocate dai due contendnti Vieri da Vallonara e Rinaldo d'Angarano durante la leggendaria Partita a scacchi viventi del 1454, fin dal 1954 gli organizzatori dell'evento hanno deciso di prendere ispirazione dalle più belle partite della storia mondiale degli scacchi e di rievocarne una ogni due anni sulla Scacchiera Gigante di Piazza Castello. Tra di esse le più note sono L'Immortale e la Sempreverde.

Proposta dal locale Circolo Scacchistico, la partita viene scela dal comitato organizzatore secondo precisi requisiti: deve concludersi con un minimo di 16 ed un massimo di 20 mosse, deve durare circa 30 minuti e deve essere altamente spettacolare.

Lo spettacolo coinvolge oltre 550 figuranti e dura circa due ore.

La Rappresentazione della Partita degli scacchi di Marostica e il testo teatrale sono opera di Mirko Vucetich e Neri Pozza. La prima Rappresentazione si è svolta nel 1954.




venerdì 29 maggio 2015

LE ANIME ERRANTI DELLA ROCCA DI MONSELICE

Sono tre i fantasmi che animano le notti del Castello di Monselice fatto riedificare da Romano d'Ezzelino detto il Tiranno sui resti di una antica fortificazione: quello di Avalda la sua amante e quelli di Jacopino III da Carrara e la  sua amante Giuditta.

Cominciamo da Jacopino III e Giuditta
Il 19 dicembre 1350 l'assassinio di Jacopo da Carrara da parte di un parente a lui ostile portò Francesco I il Vecchio e suo zio Jacopino III alla signoria di Padova. Eletti per acclamazione popolare la stessa notte dell'assassinio, i due Carraresi prestarono formale giuramento davanti al popolo di Padova il 22 dicembre 1350 nel corso di una cerimonia pubblica.


 
Francesco I il Vecchio con Petrarca - Jacopino III


Ma negli anni successivi la brillante carriera militare di Francesco I il Vecchio destò la gelosia dello zio. Ad inasprire il contrasto furono anche le mogli Fina Buzzacarini e Margherita Gonzaga che sollevarono il problema della successione. 

Per assicurarsi il potere, Jacopino III progettò di assassinare il nipote ed ingaggiò un tale Zambono Dotti per compiere il delitto. Francesco I il Vecchio venne a conoscenza del complotto mentre era al campo, nell'estate del 1355, si trovava a capo dell'esercito della Lega. Ritornò immediatamente a Padova e fece arrestare lo zio che fu imprigionato  prima al Castello di San Martino e poi nei sotterranei della Rocca di Monselice. Fece poi ricercare e giustiziare il suo ipotetico assassino.



L'amante di Jacopino, Giuditta, tentò di incontrare in carcere Jacopino III ma il capitano del castello di Monselice le negò il permesso. Disperata la donna riuscì a corrompere alcune guardie e riuscì a vedere per qualche minuto il suo amato rinchiuso in un buio sotterraneo del castello senza finestre nè porte. 

Purtroppo la corruzione della donna fu scoperta e Francesco I il Vecchio pensando si trattasse di una spia mandata da Venezia, la fece rinchiudere in una cella del Castello di Monselice. Inoltre Francesco i il Vecchio diede ordine di murare il sotterraneo dove era prigioniero Jacopino III e ordinò alle guardie di farlo morire di fame e di sete. Jacopino, intuita la sua orribile sorte, urlò il suo dolore nella speranza di comunicare con la sua amata che condivideva la sua stessa sorte poco lontano.

Le grida dei due amanti si udirono per molti giorni lungo le vie attorno al maniero. le loro lamentazioni erano talmente forti che i monselicesi chiesero pietà per i due amanti ma il loro destino era già segnato e dopo poche settimane giunse la loro morte. Dopo 17 anni di prigionia nel 1372 Jacopino III muore. 

Le grida di dolore non cessarono con le loro morti, anzi, secondo lo storico Carturan, il vento passando nel castello in rovina e ingolfandosi tra le gole dei camini portava con sè le grida di Jacopino. La leggenda narra che il fantasma dello sfortunato principe vaghi per i corridoi del Castello con passi incerti e lenti e con l'aiuto di un bastone. Magro, consunto appare coi lunghi capelli grigi spettinati vaga per il castello alla ricerca della sua Giuditta, mentre il vento nelle notti di Burrasca porta ancora i suoi lamenti lungo le sette chiesette. 

Mentre il fantasma di Giuditta vaga ancora oggi attorno al castello nel buoi della notte chiedendo ai passanti notizie del suo Jacopino.



Avalda

Avalda è moglie di Azzo VII di Este, Este dista pochi chilometri da Monselice, ed è un valido condottiero dell'esercito crociato che verrà messo in moto da papa Alessandro IV contro Romano d'Ezzelino  III che ormai controlla un vasto territorio strategicamente importante.

Azzo VII d'Este e Romano d'Ezzelino non erano sempre stati nemici, Azzo spesso si recava al Castello di Ezzelino a Moselice per partecipare con la bella moglie Avalda alle sontuose feste che il tiranno dava. Fu proprio in una di queste feste che Ezzelino si invaghì di Avalda e volle farla sua. 

    


Fonti storiche ci dicono che Avalda era una giovane di circa vent'anni alta,dalla carnagione chiara, capelli e occhi neri e dallo sguardo misterioso che sedusse Ezzelino. Avalda divenne la sua amante.



Nel 1237 Romano d'Ezzelino III conquista Padova, anche Cittadella e Camposampiero passano sotto gli Ezzelini. Viene conquistata anche la Rocca di Monselice che Romano dona alla sua Avalda.

Avalda non fu meno crudele del suo amante Ezzelino. Infatti oltre a praticare la stregoneria, nel tempo aveva sviluppato una sorta di mania: faceva salire nelle sue stanze dei giovani uomini e una volta sedotti, li addormentava e con uno stiletto recideva la giugulare delle sue vittime per berne il sangue. Ella credeva che il sangue di quei giovani uomini fosse un'elisir di lunga vita.

Un'altra versione dice che Avalda non bevesse il sangue dei suoi giovani amanti ma che una volta placato i suoi istinti lussuriosi, si divertisse a torturarli fino alla morte.

Riguardo la sua morte:

1 Nella prima versione Ezzelino stanco delle sue continue malefatte ordina di ucciderla e manda un sicario al castello.
2 In una seconda versione sarebbe stato proprio Azzo VII ad introdursi nel castello ed ad ucciderla dato che aveva mal sopportato l'essere stato abbandonato per Ezzelino.

Il fantasma di Avalda insanguinata vaga per il castello in cerca della pace che non può trovare.

Fu anche composta un'pera musicata da Silvio Travaglia e messa in scena al Teatro di Monselice nel 1909. Non ebbe successo, venne rappresentata solo nove volte.




giovedì 28 maggio 2015

PADOVA E I CARRARESI


La tomba sarcofago di Jacopo II da Carrara  a seguito dei bombardamenti da parte degli Alleati su Padova l'11 maggio 1944 dato che viene rasa al suolo la chiesa di Sant'Agostino dove si trovava in origine, viene trasferita dopo la II° Guerra Mondiale nella Chiesa degli Eremitani.
Anche la Chiesa degli Eremitani rimase gravemente danneggiata e purtroppo fu distrutta la Cappella Ovetari che ospitava gli affreschi del Mantegna.

 

bombardamento 11 marzo 1944 - distrutta la Cappella Ovetari con gli affreschi del Mantegna






             

Stemma dei Carreresi sulla Porta Padova del Castello di Cittadella - Carrarino da 2 soldi


I Carraresi, Intrecci di Storia, Vendette e Arte.


Chiesa Eremitani - Sarcofago di Jacopo II da Carrara

L'Imperatore Carlo IV nel 1348 nomina Jacopo da Carrara Jacopo II che diventa Signore della città e Vicario Imperiale. Jacopo II fu amico del Poeta Francesco Petrarca il quale ricevette in dono da Jacopo II dei terreni ai piedi dei colli Euganei, ora Arquà Petrarca, dove costruì la sua residenza per sé, sua figlia, suo genero e sua nipote.


    




 L'anno successivo muore Jacopino, fratello di Jacopo II vittima di una congiura. Jacopo II fu assassinato dal figlio illegittimo Guglielmo da Carrara nel 1350. Vengono nominati Signori di Padova Jacopino III e il nipote Francesco I il Vecchio. 

 

Francesco I il Vecchio e suo figlio - Oratorio di San Giorgio  e Francesco I con Petrarca - Battistero del Duomo di Padova


Nel 1355 Jacopino III viene imprigionato dal nipote Francesco I il Vecchio prima al Castello di San Martino poi nella Rocca di Monselice accusato di congiura. Nel 1370 Francesco I il Vecchio fa edificare il Castello inferiore di Marostica. 




si può anche vedere la Piazza del Castello da Basso dove ogni anno si disputa la partita con degli scacchi "umani", attori in costume che fanno rivivere un evento accaduto nel 1454, ma questa è un'altra storia.

Nel 1372 muore Jacopino III dopo 17 anni di prigionia in uno dei sotterranei della Rocca di Monselice. 

   


durante i restauri degli anni '30 dello scorso secolo il Conte Cini, commosso dalla sua tremenda storia, dedicò al Principe Carrarese una stanza del Castello.

questa vicenda merita un altro post, vedi "Le anime erranti della Rocca di Monselice"



    


Nel 1388 viene costituita la lega anti Carraresi formata dai Visconti e da Venezia. Francesco I il Vecchio abdica in favore del figlio Francesco Novello che deve fronteggiare da subito i Visconti entrati in territorio padovano mentre il padre viene fatto prigioniero a Treviso Francesco Novello fugge in Piemonte. 


Nel 1390 Francesco Novello riconquista Padova. 

Nel 1402 la grande coalizione di diverse città contro i Milanesi, tra cui Padova, viene sconfitta. I figli di Francesco Novello vengono fatti prigionieri. La pace tra i Milanesi e la Lega dura però poco e Francesco Novello è di nuovo in armi contro i Visconti ed occupa Brescia.

Nel 1404 viene stipulato l'accordo con gli Scaligeri, allora in esilio, per riconquistare Verona e Vicenza, quest'ultima però preferisce consegnarsi ai veneziani. Successivamente Francesco Novello si allea con i Ferraresi contro i Veneziani e li sconfigge nella "Guerra di Limena" ma poi viene sconfitto a Stra e i Ferraresi si staccano dai Carraresi. 

Nel 1405 nuova congiura familiare, il fratello Jacopo si uccide in carcere. Verona cade e Jacopo figlio di Francesco Novello cade prigioniero dei Veneziani, Padova è assediata e scoppia un'epidemia di peste, alla fine anche Padova cade e Francesco Novello con il figlio Francesco III si consegnano ai Veneziani. Vengono condotti davanti al Doge ed umiliati, mentre un'ambasciata di Padovani firma l'atto di sottomissione a Venezia. Successivamente Francesco Novello e i suoi due figli vengono strangolati in carcere mentre un altro figlio muore in esilio a Firenze.



Leone San Marco - Porta Savonarola

Anno domini 1405 - Leone con libro aperto - la città è conquistata dalla Serenissima Repubblica di Venezia e firma il trattato di sottomissione a Venezia.



Nel 1435 Marsilio, il terzo ed unico figlio superstite di Francesco Novello tenta il colpo di mano a Padova, ma il tentativo viene sventato e Marsilio viene condotto a Venezia e decapitato in Piazza San Marco. Termina così la saga dei Carraresi.


L'altro ramo quello che deriva da Marsiglietto e da quel Jacopino che Jacopo II fece imprigionare nella torre di Rocca Pendice, assunse il il cognome di Papafava dei Carreresi si trasferirono a Venezia e furono iscritti al patriziato veneziano fra le cosiddette Case fatte per soldo. Il ramo padovano, i Papafava Antonini, rimase una delle famiglie più illustri della città di Padova.